Survivors

Sospiro di sollievo per tutti quelli che stanno seguendo la nostra storia e sempre più ansiosi non vedono nostre nuove e anche per noi.Abbiamo risolto il problema tecnico dell’adattatore del computer (brutalmente tagliando il filo di alimentazione e mettendoci una spina locale – alla faccia delle normative di sicurezza) ed è anche il primo giorno che non crolliamo esausti sul letto.

Ale:
Da dove iniziare a raccontare? Sono solo trascorsi 5 giorni dall’incontro con i nostri figli, ma ci sono così tante cose da raccontare che non saprei proprio da dove incominciare: momenti di fatica, di senso di impotenza e di inadeguatezza, la loro rabbia che esplode in ciascuno in modo diverso, i pianti, la continua richiesta di attenzione, i numerosi “no” alle nostre minime richieste, ma ci sono anche le coccole, i baci, gli abbracci, le continue richieste di essere presi in braccio; c’è la loro sete di essere amati e voluti; i giochi insieme e le risate; il sentirsi chiamati mille volte al giorno “papà!” e “mamà” e noi, ad ogni suono di queste due meravigliose parole ora con entusiamo, ora armati di santa pazienza, rispondiamo con tutta la dolcezza “arrivo!”, “dimmi!”.
Li guardo e non posso fare a meno di sentire e pensare alla loro sofferenza e alla loro paura di essere ancora traditi, ma dentro hanno una forza incredibile di riprovare. Per adesso la giornata inizia alle 6 della mattina, vengono nel nostro lettone oppure noi andiamo da loro. Juan fa la doccia senza problemi, con Mariana invece bisogna aspettare il momento giusto per fare con lei qualsiasi cosa, soprattutto per lavarla, vestirla, pettinarla.
Per il resto della giornata, tutto il tempo e le nostre energie sono per loro. Questa è la prima sera che, dopo averli messi a nanna, abbiamo ancora un po’ di forza per restare alzati e poter continuare a scrivere la nostra avventura.

Max:
(scritto la sera dell’incontro sul palmare) Oggi é veramente una giornata difficile da raccontare. Lasciamo pure perdere la sveglia prima dell’alba, la corsa nella notte a bordo di uno sgangherato taxino con la spia del motore accesa fissa e le valige in braccio. Passiamo anche sopra a qualche montagna con l’aereo e atterriamo a Medellin. Raul, l’autista scelto da Pilar ci porta prima in tribunale a depositare qualcosa (un giorno forse riusciremo a comprendere appieno tutti i passaggi burocratici), poi mancano ancora dieci minuti e andiamo a fare la spesa. Seguendo il passo risoluto di Pilar riempiamo il carrello di un sacco di pasticci. E poi non c’é scampo: arriva l’ora X. Si entra in un edificio che potrebbe essere anche una scuola. Ci ricevono l’assistente sociale, la “defensora” de famiglia che si é occupata del caso e una persona dell’ufficio. Ci chiedono se abbiamo altre domande rispetto a quello che sappiamo e a un certo punto spunta, dal vetro una faccina caffè, seria seria, ma curiosa! É lui: nostro figlio che non ce l’ha fatta a resistere all’impazienza!
Chiudiamo piuttosto sbrigativamente il resto della procedura e ci apprestiamo a fare conoscenza… bisogna sempre cercare di ricordarsi di respirare. Ma non ne abbiamo il tempo: due ciuffoli caffé arrivano a mo’ di turbini con due disegni… e ci parlano, noi capiamo poco-niente e li abbracciamo. I regali si scartano, si inizia a giocare. Non esiste nulla all’infuori di noi 4 e dei giocattoli che abbiamo portato. A un certo punto Juan mi chiama papá-ah (con accento bergamasco si potrebbe dire). E da quel momento é un’esplosione di mamá-ah e papá-ah.
Salutiamo il personale dell’ICBF con l’intesa che ci vediamo tra 10 giorni e scendiamo nel parcheggio saltellando a piedi uniti le 4 rampe di scale e facendo “boing boing” con la voce.

Altre note
Medellin, o meglio la zona in cui viviamo, non si puó dire certo pedestrian-friendly. Il centro commerciale dista un 20 minuti ad andare di cui 13 in attesa ai semafori. Il centro commerciale é molto grande e contiene un Carrefour. I primi due giorni non riusciamo a prendere bene le misure: troppo grande, troppo dispersivo, troppe energie convogliate a controllare i figli (che non dovrebbero, nel possibile, farsi troppo male, anche perchè abbiamo un incontro di verifica lunedì prossimo).

Note sui regali: la macchinina radiocomandata è stato un successo, undici punti su 10. Juan non la molla un attimo e ci dorme letteralmente insieme. La bambola di Mariana non ha avuto un successo immediato, ha iniziato a guardarla dopo il 3° giorno e anche lei adesso la porta al parco e a letto. Le bolle di sapone 8 su 10, dopo i primi giorni hanno iniziato a guardarle un po’ meno (anche perchè il contenuto ormai è finito). I palloncini ottimo: non vogliono che li leghiamo perchè si divertono a gonfiarli e sgonfiarli lanciandoli o facendogli fare i suoni. Ieri mattina abbiamo inventato la guerra dei palloncini: due squadre si affrontano di soppiatto percorrendo il corridoio e lanciando i palloncini a sorpresa contro gli avversari… non vince nessuno, ma ci si diverte un sacco.

Guardano un sacco gli album che abbiamo inviato a febbraio, li conoscono a memoria, ogni figura, ogni scritta. Juan ha chiesto perchè sull’album non ci sono le foto dei cugini e degli zii… ehm, noi abbiamo obbedito agli ordini 🙂

Tutt’e due ci chiedono dell’aereo, e appena ne passa uno sopra le nostre teste è un evento che coinvolge tutta la famiglia. Juan in particolare non vede l’ora di andare in Italia.

La lingua… è un problema, ma non un problema. Cioè non ci sono problemi per farsi capire e per capire sulle cose pratiche. Il problema è che loro ci parlano un sacco, per quel poco che capiamo, ci raccontano le loro storie, ed è un peccato non sapere abbastanza spagnolo per raccogliere e conservare queste perle. Per fortuna, la mamma-affidataria (che loro chiamano zia) ha consegnato all’ICBF due quaderni-diario (che ora abbiamo noi) di quest’anno vissuto con lei. Loro ci insegnano qualche parola, l’accento sembra bergamasco, e noi abbiamo iniziato a parlare un misto di italiano, spagnolo, dialetto con qualche interiezione in inglese … con accento bergamasco, aiuto! Quando torneremo ci faremo capire a gesti.

Il cibo è un po’ un problema: manca il tempo per fare tutto e quindi anche per preparare un pranzetto degno di questo nome (loro chiamano in continuazione anche quando siamo in bagno). L’altro problema è quello di cucinare le specialità locali che noi non conosciamo e, dalle loro reazioni, si direbbe che si vede.

L’esperienza al supermercato, la prima volta, è stata un delirio: loro che urlano “Yo quiero este!!” e prendono i pacchetti mettendoli nel carrello, noi che non capiamo il contenuto misterioso di queste confezioni o, se lo capiamo, vorremmo tanto non prenderli. Cerchiamo di arginare cedendo alle richieste più ragionevoli e facendo muro su quelle che proprio non ci stanno.
Certo che la prima volta che tuo figlio ti chiede “yo quiero este” (letteralmente dovrebbe essere una via di mezzo tra “voglio questo” e “mi piacerebbe molto questo”) e tu dici di no, ti senti proprio una carogna.

Grazie a tutti per i vostri messaggi, sono bellissimi, li leggiamo tutti, volentieri, ci commuovono e ci danno forza!

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