Piccoli selvaggi si civilizzano

Questa mattina alle 9:30 è venuto un pulmino a caricare 4 delle famiglie de El Portal, tra cui la nostra, per portarle a vedere prima il Museo Botero e poi il museo del niño. E della niña! È importante scriverlo, perché… ecco una cosa di cui non abbiamo ancora parlato. I nostri figli, ma anche tutti gli altri bambini che abbiamo conosciuto qui, sono fissatissimi con la distinzione “per bambino”/“per bambina”. Se su un giocattolo neutro (diciamo una batteria) c’è la foto di una bambina che suona, quella è una batteria per bambine. Se i piatti per i bambini (con disegni e colori) vengono scambiati è un incidente diplomatico. Addirittura se sulle confezioni di alimenti c’è un bambino o una bambina, quell’alimento è relegato ad essere consumato solo dal sesso corrispondente. Così, onde evitare problemi, abbiamo specificato bene che saremmo andati al museo del Niño e della Niña.
Bene torniamo al museo Botero. E’ un museo abbastanza grande che comprende sia le opere di questo artista Medellinense, sia opere della sua collezione personale donate alla città. Oltre alle opere c’è il museo della zecca e il museo dell’oro.
La visita è lenta, le opere sono molto belle. Botero ha chiaramente il genio dell’artista: il vedere e rappresentare le stesse cose che tutti gli altri pittori hanno visto e rappresentato in una maniera nuova e personale. I suoi soggetti, paciosi, pieni, colorati, morbidi, esprimono ora serenità, ora malinconia. Fine dell’angolo del critico d’arte e fine anche della visita. La maggior parte dei bambini giustamente sfungata viene ricompensata con una moneta commemorativa all’uscita del museo della zecca.
All’inizio della mostra i nostri figli partono per la tangente e spariscono all’orizzonte, Mariana aggancia un’altra famiglia per mano (che a loro volta non la mollano), mentre Juan va avanti per i fatti suoi. Li richiamiamo all’ordine e con qualche mugugno, e una salda presa per mano, obbediscono.
Può sembrare una forzatura, magari anche un po’ esagerato, costringere i due poveri angioletti (ehm!) a starci attaccati per tutta la mostra, ma pensiamo che in questo momento siano più importanti altre cose. Per Mariana non ci sembra che le sia ancora chiaro il riferimento. Quando è in gruppo lei non cerca noi, suoi genitori, ma si lascia trasportare da qualunque adulto le dia retta. Per Juan, invece, è importante che capisca che siamo famiglia tutti insieme e che quindi aspetti chi va più lento e tenga a bada la sua ansia di arrivare in fondo (o qualsiasi cosa sia).
E comunque ci sembra importante ribadire il concetto di famiglia, cioè che siamo noi 4, che siamo insieme e che le cose le facciamo insieme, perché è bello così. Le altre persone, per quanto simpatici e amichevoli, sono comunque estranei.
Mariana viaggia in braccio a mamà un po’ interessata ai quadri e molto interessata alle coccole. Juan viaggia per mano a me che cerco, con fortune alterne, di coinvolgerlo. Dopo un po’ inizia a chiedere i titoli dei quadri.
Almuerziamo in un fast food “T.I.G. Friday’s” con sovrabbondanti panini, e dopo il caffè, decisamente appesantiti, andiamo al museo dei niños.
Qui scopriamo che i genitori pagano come i figli, che pagano intero. Inoltre il museo è diviso in percorsi guidati da un operatore e non si può scorrazzare liberamente. Infine scopriamo anche che non si possono fare foto.
Be’ comunque siamo qui ed entriamo ugualmente. Un simpatico ragazzo ci guida, piccoli e grandi (che vogliano mettersi in gioco… in tutti i sensi), attraverso alcune sale dove si parla dell’alimentazione, della ginnastica, dei colori, dei sensi, della città… I bambini si divertono, alcuni grandi pure. Nella sala dei colori veniamo dipinti sulla faccia: il naso rosso da pagliaccio, i baffi da gatto, il terzo occhio sulla fronte. Juan diverse volte si ritira dal gioco perché qualcosa va storto con gli altri bambini e cerca di venire in braccio da me per essere consolato. Decisi, lo rimandiamo con gli altri perché deve imparare che nel gioco con gli altri ci sono le cose che vanno male e deve imparare a sopravvivere senza ricorrere al papà o alla mamma, e senza rinunciare a giocare.
Mariana invece è vittima di un incidente: durante una corsa, nella foga della competizione (che poi non c’era nessuna gara), viene spintonata contro una ringhiera. In lacrime viene “curata” dagli altri bambini (su istruzioni dell’operatore) con la formula magica: “sana sana culito de rana, si no sana hoy sanará mañana”.
E infine torniamo all’albergo.
Dopocena riflettiamo … prima ci vengono in mente i momenti indimenticabili (purtroppo) di quando eravamo a Medellin: le varie crisi per la strada, al centro commerciale e tutte queste belle cose di cui abbiamo scritto o anche taciuto. Poi pensiamo ai passi da gigante dei due desperados a tavola. A Medellin, all’inizio, Juan mangiava in piedi, 2 minuti e poi tornava a guardare la TV. Adesso sta seduto tutta la cena e chiede il permesso per andare a giocare. Mariana che sporcava ovunque e se stessa durante i pasti e adesso fa vedere orgogliosa la maglietta che non si è sporcata al termine del pasto… sicuramente di strada ce n’è ancora tanta, ma, guardandosi indietro, la partenza inizia ad essere un po’ distante.

La Monna Lisa in versione Botero… a furia di Bandeja Paisa…
tre quarti di famiglia (la parte che voleva farsi fotografare) fuori dal museo del niño
Mariana colora prima di addormentarsi
un papà felice!
I pigiamari
“Dai, facciamoci una foto con l’autoscatto, tutti sdraiati sul lettone!”
Solletico, che in spagnolo si scrive “Cosquillas” e si pronuncia “Coschigias”!

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