Parlami d’amore

(Michel Quoist – dal testo “Parlami d’amore”)
“Ascoltatemi ancora,
si dice infatti che dalla bocca dei bambini viene la verità:
se sono un bambino, sfuggito dal carnaio notturno,
trattenuto da un filo d’amore lanciato da chissà dove.
Se sono un bambino caduto dal nido, abbandonato da padre e madre,
rapiti o mortalmente feriti alle sbarre della loro gabbia.
Se sono un bambino nudo, senza panni d’amore, o con panni imprestati,
ma col diritto di vivere, perché sono vivo.
E se nello stesso istante persone innamorate piangono davanti a una
culla vuota,
consumandosi nel desiderio di accarezzare un bambino.
Se sono ricchi d’amore che ritengono sprecato, e vogliono
gratuitamente donarlo,
perché cresca e fiorisca ciò che non hanno piantato.
Allora voglio che vengano silenziosamente a chiedermi
se io desidero adottarli come miei genitori del cuore.
Ma non voglio dei fanatici del bambino, come collezionisti d’arte
che cercano febbrilmente il pezzo raro che manca alla loro vetrina.
Non voglio clienti che hanno fatto l’ordinazione e, pagata la fattura,
reclamano il loro bebè prefabbricato.
Perché non sono fatto per salvare genitori dalle membra amputate,
ma loro sono stati fatti, misterioso percorso, magnifico progetto,
per salvare dei bambini dal cuore malato, forse anche condannato.
E sarà come addormentarci l’un l’altro.
Io berrò il latte di cui ignoravo il sapore,
ascolterò musiche sconosciute, imparerò nuove canzoni
sulle vostre dita, sulle vostre labbra genitori adottati,
decifrerò lentamente l’alfabeto della tenerezza.
E l’amore sconosciuto per me prenderà volto
alla luce dei vostri occhi.
Voi innesterete le vostre vite sulla mia crescita selvatica
e grazie a voi io rinascerò una seconda volta.
Così sarò ricco di quattro genitori,
due lo saranno della mia carne e due del mio cuore e della mia carne
cresciuta.
Voi non giudicherete i miei genitori sconosciuti,
li ringrazierete e mi aiuterete a rispettarli.
Perché dovrò riuscire lo so, ad amarli nell’ombra,
se un giorno vorrò poterli amare nella luce.
E se in una sera di tempesta, adolescente focoso, impacciato di me
stesso, io vi rimprovererò di avermi accolto,
non vi addolorate, ma amatemi ancor di più:
lo sapete, perché un innesto prenda ci vuole una ferita e, chiusa la
ferita, rimane la cicatrice.
Ma io sogno.
Io sogno perché non sono che un bambino in viaggio,
lontano dalla terra ferma,
la mia parola è muta e il mio canto senza musica.
Ciò che vi dico piano non potrò dirlo ad alta voce, se non il giorno
in cui, avendomi voi adottato,
mi avrete messo in cuore tanto amore e autentica libertà,
sulle mie labbra parole sufficienti,
perché possa dire: papà, mamma, io vi scelgo e vi adotto
allora saprete che il vostro amore è dono, e che è riuscito”

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